di Alessandra Cori
In calo ricavi e produzione
Anche la produzione italiana di miele paga il conto della crisi climatica. Non tutta nello stesso modo, perché la campagna che si avvia alla chiusura è stata migliore in montagna, ma estremamente difficile in pianura e nelle regioni più calde, come Sicilia e Sardegna. Secondo l’Osservatorio nazionale miele, il primo bilancio del 2026 fornisce l’immagine di un’annata senza un andamento uniforme. Infatti, in alcuni territori le produzioni sono state buone o molto buone, mentre in aree vicine i raccolti sono risultati modesti o addirittura assenti, con grandi differenze non solo tra regioni, ma anche tra apiari vicini, in funzione di altitudine, esposizione, varroa (la malattia delle api), disponibilità idrica e tempestività degli spostamenti degli alveari.
Per questi motivi, le principali associazioni di settore hanno chiesto al Ministero dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste un sostegno specifico legato al reddito degli apicoltori nell’ambito della nuova Politica agricola comune, denunciando una crisi legata a “fattori estranei alla capacità tecnica e imprenditoriale dell’apicoltore” e una contrazione dei ricavi tra il 25 e il 50 per cento.
Eppure, la stagione era iniziata bene, con temperature primaverili miti, favorevoli allo sviluppo delle colonie e all’anticipo delle fioriture. Ma l’apicoltura, cartina di tornasole dello stato di salute ambientale, non poteva non pagare i successivi sbalzi termici, temporali e lunghe ondate di calore, che hanno seccato rapidamente i terreni e accorciato la durata delle fioriture, riducendo la disponibilità di nettare per le api in molte aree del Paese.
La nota positiva, in un contesto che ha visto l’azzeramento di alcune produzioni, è stata la ripresa complessiva del miele di acacia, prodotto cruciale per la redditività aziendale. Tuttavia, rimane l’incertezza sulla reazione del mercato e sulla tenuta dei prezzi, in un contesto ancora caratterizzato dalla presenza di giacenze della stagione passata. L’unica certezza riguarda, invece, l’aumento dell’import, salito del 18% nel 2025 fino a raggiungere le 26mila tonnellate, di cui oltre un quarto di provenienza extra-Ue, a fronte di una produzione nazionale di circa 31mila tonnellate e consumi stabili a circa mezzo chilo a persona all’anno, anche se di poco inferiori alla media europea, pari a 600 grammi. Un aumento, quello delle importazioni, che in prospettiva rischia di colmare il vuoto lasciato sugli scaffali dalle produzioni nazionali in difficoltà.

L’apicoltura, spiegano gli esperti, è un settore complesso perché riguarda l’allevamento di animali nomadi all’aperto e, quindi, più esposto alle implicazioni del clima, ma che allo stesso tempo svolge la funzione positiva di agente impollinatore delle nostre straordinarie produzioni nazionali. È un tema che va letto nella sua complessità, fanno notare dall’Osservatorio. Infatti, produrre miele non è soltanto una professione, ma una vera e propria attività imprenditoriale. Tuttavia, degli 80mila apicoltori in Italia, solo uno su tre è un imprenditore professionale e ciò comporta una minor propensione agli investimenti aziendali in termini tecnologici e una minore attenzione a molti aspetti legati alla sicurezza.
Ora la crisi climatica, aggiungono dall’Osservatorio, rischia non solo di provocare danni alla produzione, ma diventa anche un fattore di diffusione delle patologie. Come in altri settori, si assiste alla diffusione di patologie che prima non colpivano, ma oggi rendono vulnerabili le nostre produzioni, come parassiti, batteri e virus. Le api sciamano e questo facilita la diffusione delle malattie. Perciò, gli alveari necessitano di un monitoraggio sempre più attento e di competenze che vanno riconosciute agli operatori. Infine, c’è il tema delle frodi, legato al fatto che il miele ha un valore ed è un prodotto remunerativo, diventando un’occasione di indebito arricchimento grazie all’utilizzo di sciroppi o sostanze zuccherine che aumentano il volume della miscela, adulterando il prodotto.
Insomma, c’è un patrimonio da tutelare. Acacia, eucalipto, millefiori, tiglio, rododendro, castagno, agrumi, mieli di bosco e di alta montagna. L’Italia si distingue per la straordinaria biodiversità dei mieli, con oltre 60 varietà, dalle DOP come il Miele della Lunigiana, delle Dolomiti Bellunesi e il Miele Varesino, fino ad arrivare alle produzioni affinate in barrique o aromatizzate.





