
La frenetica ricerca di alleanze da parte dei partiti politici italiani fa venire in mente Supermajority, il nuovo libro di Adam Jentleson, per anni consulente politico del Partito Democratico statunitense.
Dopo la sconfitta dei Democratici alle elezioni presidenziali del 2024, Jentleson pubblicò un commento sul New York Times nel quale denunciava l’ossessione dei democratici per la gestione delle coalizioni (coalition management). Il vincitore Donald Trump, invece, si era curato poco degli interessi dei singoli gruppi, puntando direttamente a conquistare un consenso elettorale più ampio. Da qui il titolo Supermajority.
Trasferendo questo concetto alla realtà italiana, si nota una somiglianza tra i partiti di destra e quelli di sinistra. Da entrambe le parti si cerca di costruire coalizioni tra forze portatrici di interessi contrastanti: Fratelli d’Italia con la Lega di Matteo Salvini e il Partito Democratico con il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte. Secondo la teoria esposta in Supermajority, i piccoli gruppi che i partiti considerano erroneamente indispensabili per vincere non favoriscono la conquista di un consenso elettorale più ampio. “I leader politici – afferma Jentleson – dovrebbero dissociarsi da posizioni che appassionano alcuni fedelissimi, ma che alienano il grande elettorato”. Nella situazione italiana, si potrebbero accomunare le posizioni politiche di Vannacci, Conte e Salvini (nella foto), mentre Fratelli d’Italia e Partito Democratico, presentandosi senza coalizioni, potrebbero ciascuno attirare anche gli elettori centristi e raccogliere consensi sufficienti per ottenere la maggioranza. In entrambi i casi, le proposte politiche risulterebbero più chiare e definite per un più ampio suffragio.

Naturalmente, non basta elaborare un programma politico: occorre soprattutto saper spiegare agli elettori come lo si intende attuare. Tutti i partiti sostengono di sapere come risolvere i problemi della sanità, dei bassi salari, della sicurezza, dell’immigrazione, della scuola, dei trasporti, della criminalità e della corruzione, persino quelli della Rai. Una volta al potere, però, la sensazione è che nulla cambi. Che cosa frena le buone intenzioni? La mancanza di riforme è un dato di fatto — basti pensare alla Rai — ma è anche vero che esistono ostacoli difficili da rimuovere, come il debito pubblico, le norme europee e gli impegni legati alla difesa comune.
Naturalmente, secondo il partito o la coalizione al governo, molte riforme sarebbero state realizzate, mentre l’opposizione sostiene il contrario. Per i più cauti è una questione di difficoltà; per gli scettici, di volontà (è più facile non fare nulla fingendo di fare tutto) ; per i realisti, infine, è una questione di incapacità. In questi casi, nemmeno i suggerimenti di un libro come Supermajority potrebbero essere d’aiuto.





