È bromance tra Canada e Unione europea. Il recente viaggio del Primo Ministro Mark Carney a Strasburgo, culminato il 17 settembre nel suo discorso al Parlamento europeo, ha certificato una volontà ormai chiara su entrambe le sponde dell’Atlantico: stringere una cooperazione più stretta per affrontare insieme le turbolenze del nuovo ordine mondiale. Il passo successivo potrebbe essere quello evocato dalla Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen: fare del Canada il primo “membro associato” dell’Ue. Uno status che, va precisato, oggi ancora non esiste nel diritto dell’Ue e dovrà quindi essere definito. Niente ventottesimo Stato, dunque, ma un’integrazione più profonda in settori strategici come difesa, energia, intelligenza artificiale, minerali critici, spazio e commercio digitale.
Sul percorso incombe naturalmente la variabile Donald Trump. Il Presidente americano ha già minacciato “dazi molto pesanti” all’Europa, qualora l’alleanza tra Canada e Ue dovesse configurarsi come un “atto ostile”. È il segno evidente di quanto Washington consideri strategico il proprio vicinato: Messico a sud, Canada a nord e Caraibi a est. Una moderna declinazione della Dottrina Monroe, che da oltre due secoli considera
l’emisfero occidentale una sfera d’interesse privilegiata degli Stati Uniti. Carney sa benissimo che 8.891 chilometri di confine terrestre — il più lungo al mondo — inchiodano Ottawa a una partnership inevitabile con l’ingombrante vicino, dove finisce il 76% dell’export canadese. Ma sa anche che la geografia non è un destino e che un Oceano, da solo, non basta a separare due mondi. Dell’Unione Europea fanno già parte territori lontanissimi dal Vecchio Continente: le Canarie spagnole, davanti alle coste africane; le Azzorre e Madeira portoghesi, nel cuore dell’Atlantico; Guadalupa, Martinica e Saint-Martin francesi, nei Caraibi; la Guyana francese, in Sud America; Réunion e Mayotte, sempre francesi, nell’Oceano Indiano. Insomma, non è la geografia a fissare i confini dell’integrazione, ma l’architettura politica e giuridica che si decide di costruire. E, prima ancora, i valori che la sostengono. Per molti aspetti il Canada è già più europeo di quanto non dica la cartina: sanità pubblica universale, stato sociale robusto, multilateralismo, rifiuto della pena di morte e una tradizionale riluttanza a destinare alla difesa una fetta troppo grande della ricchezza nazionale (oggi il 2% come la Spagna, appunto). Gli stessi americani guardano al Canada come ad un’anomalia storica: un lembo d’Europa rimasto per errore sul continente americano. E, in fondo, come a un 51esimo Stato mancato. Durante la Guerra del 1812, gli Stati Uniti invasero più volte le colonie britanniche a nord senza riuscire a conquistarle. Due secoli dopo, il Canada è ancora una monarchia costituzionale e il suo capo dello Stato è Carlo III, sovrano del Regno Unito. Ma l’affinità europea del Canada non è soltanto un retaggio storico. Secondo un recente sondaggio Abacus Data, il 56% dei canadesi dice di sentirsi più vicino a valori e stili di vita europei, contro appena il 16% che preferisce l’American way of life. In Québec la quota raggiunge il 60%. E persino in Alberta, terra di cowboy, petrolio, simpatie americane e pulsioni separatiste, ben il 48% guarda all’Europa e soltanto il 22% agli USA. Il problema, semmai, è evitare che questa nuova relazione si trasformi in omologazione. Il Canada non deve diventare Europa e l’Europa non deve diventare Canada. Ottawa avrebbe poco da guadagnare importando l’iper-regolamentazione europea e quella lentezza decisionale fatta di veti, compromessi e ratifiche infinite.

Lo dimostra il CETA: applicato provvisoriamente dal 2017, a nove anni di distanza il trattato di libero scambio è stato ratificato soltanto da 17 dei 27 Paesi Ue. All’appello ne mancano ancora dieci, tra cui Francia e Italia. Con le principali resistenze concentrate soprattutto sull’agricoltura, tra difesa delle produzioni locali e timori sugli standard agroalimentari canadesi. Prima di inventare nuove architetture istituzionali, Bruxelles deve quindi chiarire quanto sia davvero disposta ad aprirsi al Canada. Ma anche il Canada deve mettere ordine in casa propria. Vuole presentarsi all’Europa come un grande mercato unico da oltre 41 milioni di cittadini-consumatori, mentre tra una Provincia e l’altra sopravvivono troppi piccoli confini economici. Una qualifica professionale riconosciuta in Québec può richiedere nuovi adempimenti in un’altra Provincia; norme diverse complicano il commercio dei prodotti alimentari; pesi e standard dei camion cambiano attraversando un confine provinciale; persino vendere direttamente vino o birra da una provincia all’altra non è ancora ovunque automatico. Ottawa ha cominciato a smantellare le barriere federali e le Province stanno accelerando sul riconoscimento reciproco, ma il lavoro è tutt’altro che finito. E la posta in gioco è enorme: secondo il Fondo Monetario Internazionale, eliminare le barriere interne potrebbe valere fino al 7% del PIL canadese, oltre 200 miliardi di dollari. È un paradosso evidente: sarebbe difficile costruire un rapporto economico sempre più integrato con un mercato di 450 milioni di europei senza riuscire prima a rendere pienamente integrato quello canadese. La nuova bromance transatlantica ha senza dubbio basi solide. Ma prima di parlare di matrimonio, Canada ed Europa dovranno dimostrare di saper convivere: aprirsi senza omologarsi, integrarsi senza annullarsi. Per ora, più che un’unione, è una coppia di fatto. E forse, proprio per questo, può funzionare.





