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Alla Camera ultimo scoglio per nuova legge elettorale, Meloni riflette su fiducia

Roma, 15 set. (askanews) – Con l’approvazione in seconda lettura al Senato, inizia il miglio decisivo per la riforma elettorale voluta da Giorgia Meloni. Entro meno di un mese i giochi saranno fatti: si capirà se il nuovo sistema di voto – un proporzionale con premio di maggioranza, modificato al Senato con l’inserimento dei capilista bloccati e delle preferenze – avrà il via libera definitivo della Camera o sarà affossato con il voto segreto. I parlamentari di maggioranza sono consapevoli che questa volta lo stop non sarebbe indolore ma le paventate conseguenze sulla tenuta del governo e su una fine della legislatura prima della maturazione dei requisiti per il vitalizio non sembrano sufficienti a mettere al riparo l’approvazione finale da eventuali sgambetti dei franchi tiratori.

Che il passaggio a Montecitorio preoccupi Fratelli d’Italia e la premier lo dimostra il fatto che il governo non ha ancora deciso se sul terzo passaggio porrà la questione di fiducia, tanto che, secondo quanto si apprende, il Consiglio dei ministri non l’ha ancora autorizzata. I precedenti – dall’Italicum al Rosatellum – non mancano e fino a poco tempo fa la fiducia veniva data per scontata: l’idea è di evitare i voti segreti su articoli ed emendamenti blindando la riforma nella terza lettura per non incappare in un altro incidente come quello avvenuto a luglio sulle preferenze, con il governo battuto per un voto sull’emendamento di Fdi. In questo caso resterebbe un’unica incognita sul voto finale, passaggio sul quale senza dubbio le opposizioni non consetirebbero che ci si esprima in modo palese.

Ma la decisione è tutt’altro che presa, la riflessione è ancora in corso e passa dai piani alti di via della Scrofa per arrivare sino a Palazzo Chigi: il timore è che l’eventuale bocciatura finale di una riforma su cui il governo ha ottenuto la fiducia possa essere più dirompente dell’inciampo su un singolo emendamento o articolo. Tuttavia, per quanto almeno formalmente l’esecutivo abbia lasciato che la discussione sulla riforma fosse nelle mani del Parlamento, difficilmente a questo punto si potrebbe ipotizzare che una qualsiasi defaillance possa essere semplicemente derubricata a ‘incidente’ senza conseguenze. Meloni stessa, peraltro, ha più volte pubblicamente perorato la causa di una nuova legge in nome della stabilità.

Il rovescio della medaglia però è che senza il voto ‘one shot’, prendere o lasciare sull’intero provvedimento, verrebbe anche a mancare – è la consapevolezza di molti – il collante di una maggioranza che sulla riforma elettorale ha fatto fatica a trovare una intesa. Insomma, la minaccia del ‘o così o tutti a casa’ potrebbe suonare meno efficace.

Le modifiche con cui, durante l’esame del Senato, le liste bloccate nei collegi plurinominali sono state sostituite dal meccanismo dei capilista bloccati e le tre preferenze da scegliere con le crocette in una lista di sei candidati sono state a dir poco tormentate e hanno lasciato lo strascico della mancata previsione dell’alternanza di genere. Un fattore, il malumore trasversale delle deputate, che potrebbe pesare, come già successo a luglio, sull’esito delle votazioni alla Camera.

Col bilancino, insomma, sembrano più i rischi che Meloni corre a non blindare il testo. I punti che il passaggio al Senato ha riaperto infatti non sono pochi: preferenze, firme, collegi di Bolzano e voto ai caregiver fuorisede. Punti che toccano ben 4 articoli su 9 che quindi le opposizioni avranno la possibilitàá di emendare e chiedere di votare con il voto segreto in aula dove i malumori nei gruppi di maggioranza sono trasversali e pesa l’incognita di una Lega dilaniata dalle divisioni interne e mai convinta di dire addio ai collegi uninominali. Problemi di cui il partito della premier è consapevole tanto che non è passato inosservato l’appello del presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Andrea De Priamo (Fdi) oggi in dichiarazione di voto finale: “Le preferenze tornano in Parlamento dopo più di trent’anni grazie al governo Meloni e a questa maggioranza. Auspico, con rispetto, che i colleghi della Camera possano confermare questa scelta, perché siamo tutti parlamentari, sappiamo quanto sia impegnativo andare a cercare le preferenze, ma sappiamo anche quanto sia importante essere legittimati e rafforzati dal consenso popolare”.

A Montecitorio l’esame si annuncia rapido. La riforma è attesa in aula il 28 settembre per la discussione generale e a ottobre, con i tempi contingentati, l’obiettivo è di arrivare al voto finale entro il 9. Le opposizioni annunciano battaglia ma non nascondono, fuori dai taccuini, la convinzione che a Montecitorio non ci saranno sorprese. Il Pd guarda già alla Corte Costituzionale che sarà sicuramente chiamata a esprimersi sulla legittimità del nuovo sistema. Secondo il costituzionalista Stefano Ceccanti è ragionevole aspettarsi che la Corte decida entro la fine di gennaio. Al vaglio di costituzionalità anche la norma introdotta al Senato che porta il numero delle firme che chi non è in Parlamento dovrebbe raccogliere per presentare le liste a oltre 400mila. Sul punto, che ha suscitato vive proteste nelle opposizioni, tuttavia, il governo ha ancora la possibilità di intervenire riducendo il numero e ampliando le deroghe attraverso il decreto elezioni, come fatto dai governi passati. Anche se oggi la ministra per le Riforme, Elisabetta Casellati, dice: “Allo stato non mi risulta”.

Luc/Bac

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