Dagli impollinatori valore aggiunto per l’agroalimentare
di Alessandra Cori
Il 20 maggio scorso si è celebrata la nona Giornata Mondiale delle Api, proclamata dall’ONU per richiamare l’attenzione sul ruolo cruciale di questi insetti per gli ecosistemi e la biodiversità. “Quest’anno la Giornata la dedichiamo agli apicoltori e alle apicoltrici – ha affermato Raffaele Cirone, presidente della Federazione Apicoltori Italiani (FAI) – è grazie al loro lavoro che la nostra ape garantisce produttività e sostenibilità alla filiera”.
Gli insetti impollinatori svolgono funzioni ecologiche vitali che sostengono la biodiversità globale, la sicurezza alimentare e l’equilibrio degli ecosistemi. Circa il 90% delle piante selvatiche a fiore nel mondo dipende dal trasporto del polline effettuato dagli insetti per potersi riprodurre. Si stima che il 75% delle principali colture agrarie mondiali (tra cui ortaggi, frutta, frutta a guscio e foraggio) tragga beneficio dall’attività degli insetti. Le api, inoltre, concorrono indirettamente alla mitigazione dei cambiamenti climatici, supportando la salute degli ecosistemi forestali e naturali, fondamentali per l’assorbimento della CO2.
I numeri sono chiari a riguardo: l’impollinazione genera nel nostro Paese fino a 2 miliardi di euro di valore della produzione agroalimentare e 150 miliardi di apporto ecosistemico. Il censimento 2025 indica un patrimonio di oltre 1,7 milioni di colonie, stimato in 500 milioni di euro, con l’Italia in testa alle classifiche europee.
Secondo l’Osservatorio Nazionale Miele, gli apicoltori attivi sono 78.017 con 1.554.475 di alveari censiti, e la produzione 2025 è stata stimata in 30.992 tonnellate. L’Osservatorio sintetizza l’annata con la parola variabilità. La stagione, infatti, ha avuto un avvio favorevole, poi compromesso da instabilità climatica, piogge frequenti e sbalzi termici, con esiti disomogenei tra regioni e tipologie. Sul fronte del mercato, preoccupano i consumi stagnanti e il miele in entrata dall’Ucraina a prezzi molto bassi arrivando anche a meno di 2 euro al chilo.

A fronte di queste tensioni sul mercato all’ingrosso, il consumatore finale sembra invece muoversi nella direzione opposta. Le aziende aderenti a Unione Italiana Food registrano, nell’anno solare 2025, oltre 15mila tonnellate di miele movimentati nelle vendite, con un incremento del 2,9% in volume rispetto all’anno precedente e un valore di quasi 158 milioni di euro, in aumento del 3,2%. Si tratta di un dato che comunque non comprende le vendite dirette degli apicoltori né i mercati rionali.
Se i numeri delle vendite segnalano un consumatore più attento, sono le imprese a fare da apripista nella tutela degli impollinatori, trasformando la presenza delle api anche in una risorsa concreta per il monitoraggio del territorio. Alcune aziende, per esempio, attive nella gestione di materiali per costruzione e demolizione, hanno portato proprie arnie in loro siti produttivi con l’obiettivo del biomonitoraggio. In sostanza le api raccolgono campioni ambientali utili a rilevare inquinanti, metalli pesanti, pesticidi e microplastica, coprendo fino a 3mila ettari per alveare, l’equivalente di 4mila campi da calcio. In tal modo le api diventano sentinelle della salute ambientale: promuovendo un modello di industria più consapevole.
Un altro esempio. Nel Chianti Classico un’azienda vitivinicola importante ha strutturato il proprio impegno nel progetto Nel Nome dell’Ape. Chiunque aderisca può adottare un’arnia e ricevere 2 kg di miele biologico all’anno per cinque anni. Dalle 20 arnie iniziali, l’allevamento conta oggi oltre 90 famiglie e più di 3,2 milioni di api all’anno.
Sul territorio le iniziative sono state tante per far comprendere che le api sono qui da oltre 100 milioni di anni e hanno costruito il mondo che abitiamo. Per questo l’apicoltore non è più solo un produttore ma anche un custode della biodiversità e un presidio vivo sul territorio.





