Una storia di amicizia, coraggio, passione e successo

L’avventura imprenditoriale di quattro amici italo-montrealesi che hanno rivoluzionato il mercato dei boxer. Uno di loro è Roberto Rebelo, che ha seguito le orme del nonno Carlo, tappezziere. Vi portiamo dentro il loro quartier generale nel Marché Central
MONTRÉAL- Giugno 2020. Il mondo è fermo per la pandemia. Quattro amici d’infanzia italo-montréalesi – Anthony Ciavirella, Roberto Rebelo, Philip Santagata e Robert Marzin – si isolano per tre giorni in uno chalet di Mont-Tremblant per immaginare un futuro diverso. Sul tavolo finiscono più di cento idee di business, ma a vincere è quella più inattesa: le mutande. Tutti d’accordo: sono scomode, veloci a deformarsi e con modelli che cambiano continuamente. Da quella semplice conversazione nasce l’intuizione destinata a cambiare per sempre la loro vita. Sei anni dopo, il 9 febbraio 2026, quella scommessa si chiama Manmade e approda con uno spot di 30 secondi su CTV durante il Super Bowl, l’evento televisivo più seguito al mondo. Un salto straordinario per un’azienda nata quasi per gioco, tra amici cresciuti a Montréal-Nord e Saint-Léonard, con carriere rassicuranti nella finanza e nella contabilità. L’obiettivo è chiaro e subito efficace: creare un boxer che abbini confort e durabilità e che gli uomini abbiano davvero voglia di indossare. Dopo un anno di ricerca, i fondatori scelgono il modal, fibra ricavata dal legno di faggio, per una mutanda più morbida, più resistente, più traspirante e più sostenibile del cotone. Il primo ordine di 10.000 pezzi, prodotto in Sri Lanka, rischia di partire male: i boxer arrivano grigi invece che neri, come ordinati. Il problema viene risolto prima che tutta la produzione venga tinta e il prodotto finale prende forma con cuciture ridotte al minimo per evitare sfregamenti, un elastico particolarmente soffice e il celebre Mansack pouch, il design studiato appositamente per il supporto maschile.
I primi mesi sono duri: niente stipendio, pizza congelata a cena e risparmi che si assottigliano rapidamente. La svolta arriva solo nel dicembre del 2021: The Montréal Gazette pubblica un articolo con i quattro fondatori fotografati… in mutande nel taglio alto della prima pagina. È la svolta: il marchio diventa subito virale, le vendite decollano e i social fanno il resto.
Oggi Manmade opera da un magazzino di oltre 60.000 piedi quadrati su Rue de Beauharnois Ovest, nel Marché Central. I primi uffici, invece, erano su rue Chabanel, storica strada simbolo dell’industria tessile della metropoli. L’azienda impiega quasi 100 persone, molto giovani e in gran parte donne, e realizza circa l’85% delle vendite in Canada, di cui oltre un terzo in Québec, e il restante 15% negli Stati Uniti. Nel tempo la gamma prodotti si è ampliata: non solo boxer, ma anche t-shirt, felpe, pantaloni da tuta, calzini, cappellini e felpe, mentre una nuova polo sarà lanciata la prossima estate.
I colori di base sono due: blu e il nero. I clienti possono ordinare solo on line (manmadebrand.com), ma nel maggio 2026 è prevista l’inaugurazione del primo negozio fisico al Carrefour Laval.
Abbiamo visitato il quartier generale in un freddo venerdì di febbraio. Dentro è un piccolo alveare: un centinaio di giovani lavorano tra schermi luminosi che mostrano gli ordini in tempo reale, scaffali colmi di boxer impilati per colore e taglia, una sala di controllo qualità (QA Room) dove si testano pilling e resistenza dei tessuti dopo il lavaggio e un piccolo studio cinematografico per girare le pubblicità destinate a TikTok, Instagram, YouTube e alla tv. In sottofondo scorre una musica coinvolgente. Il profumo del pranzo preparato dal servizio di catering aziendale — quel giorno salmone con riso e asparagi, offerto a tutti i dipendenti — si diffonde tra i corridoi, insieme a un’energia che di rado si trova in un ufficio tradizionale. Roberto Rebelo, contabile di formazione, mi accoglie all’ingresso. Ex Ernst & Young, poco più che trentenne, parla con calma ma si muove tra gli scaffali con l’energia di chi ha visto un’idea trasformarsi in impresa.
Roberto, portaci dentro il magazzino. Come funziona tutto questo? “Prima eravamo su Chabanel: avevamo gli uffici all’11° piano, un magazzino al 7° e un altro al 3°. Con gli ascensori era una follia. Qui invece abbiamo tutto sotto lo stesso tetto. Quando un cliente fa un ordine online, questo appare subito sui nostri schermi. Stampiamo la ricevuta, prepariamo il pacco e lo inseriamo su un nastro smistatore che lo indirizza automaticamente nel contenitore giusto per Canada Post, UPS o Purolator. Quotidianamente i corrieri passano, ritirano i contenitori con gli ordini e li portano a destinazione. ll nostro warehouse è un po’ come una piccola Amazon, ma con un’attenzione quasi artigianale ad ogni dettaglio. Fin dall’inizio, del resto, la nostra missione è stata chiara: ‘‘Sostenere il benessere dell’uomo rafforzandone le fondamenta’. Conta l’essenziale, senza fronzoli”.
Ho visto i ragazzi inserire dei bigliettini in ogni pacco. Cosa sono? “È una delle cose a cui teniamo di più. Ogni ordine che esce da qui contiene una nota scritta a mano. Se è il tuo primo acquisto, ti raccontiamo la nostra storia e ti scriviamo: ‘Benvenuto nella famiglia Manmade’. Al secondo ordine: ‘Bentornato, lo apprezziamo’. E così via. Con tutta la tecnologia che circonda l’e-commerce — i chatbot, l’intelligenza artificiale, i centralini automatici — noi vogliamo restare umani. Puoi anche telefonarci, siamo noi a rispondere. Per noi le cose più importanti sono il prodotto, l’esperienza del cliente e il marketing. Il cliente non è un numero d’ordine. E se la taglia è sbagliata, il cambio è gratuito. In realtà, solo il 3% dei clienti ha questo problema, ma vogliamo che siano tutti soddisfatti”.
Com’è decollatto il vostro marchio? “I primi mesi facevamo forse 5 o 6 ordini al giorno grazie ad amici e familiari. Poi sono finiti anche quelli. Ci siamo seduti e ci siamo chiesti: quanto a lungo possiamo andare avanti così? Finalmente The Montreal Gazette ha deciso di raccontare la nostra storia. Quando l’8 dicembre 2021 siamo usciti in prima pagina indossando le mutande, abbiamo esaurito tutte le scorte in 24 ore. Niente modelli, niente lifestyle patinato, solo quattro amici in mutande. Quel giorno abbiamo capito cosa funzionava davvero: la nostra storia,
la nostra semplicità, la nostra autenticità”.
Come si garantisce la qualità con fabbriche dall’altra parte del mondo? ‘‘Produciamo in Sri Lanka, Vietnam e Cambogia grazie a fabbriche certificate WRAP per le pratiche etiche di lavoro, con macchinari italiani di ultima generazione. Abbiamo una sala qualità in magazzino: lavatrice, asciugatrice, light box per i colori, e presto arriveranno le macchine per testare il pilling e lo stretch. Ogni campione che arriva viene testato prima che la produzione parta. Ci vuole un anno per sviluppare un prodotto — concept, design, prototipo, tessuto — e altri otto mesi per riceverlo. Non tagliamo mai gli angoli. Il fornitore a volte ci dice: ‘Va bene così’. Noi diciamo: ‘No, deve essere al 120%’’’.

C’è qualcosa nella tua storia personale che ti ha portato fin qui? “Mio nonno aveva una tappezzeria nel sottosuolo di casa, si chiamava Carlo Rosati ed era molto noto nella Comunità. Da bambino passavo ore a guardare le macchine da cucire, i tessuti, il lavoro manuale: lui rifoderava sedie e divani, cambiava i tessuti. Forse mi sono ritrovato a fondare un’azienda tessile anche grazie a lui. Io sono un contabile, lavoravo da Ernst & Young. Nel 2020 avevo 26 anni e ancora nessun figlio. Ho detto a mia moglie: se devo rischiare, è ora o mai più. Lei non era convinta. Le ho detto: stringiamo la cinghia, viviamo di risparmi. Per due anni non abbiamo preso stipendio. Abbiamo mangiato schifezze. Ma siamo starti testardi e non ci siamo mai fermati”.
Come fate a essere in quattro soci e a restare amici? “Non abbiamo ego. Non ci interessa chi ha ragione o chi ha torto, vogliamo il meglio per l’azienda. Siamo complementari: ognuno porta qualcosa di diverso. È come un matrimonio. Siamo stati pronti a lavorare un anno, due anni, senza stipendio. Oggi siamo anche in cinque: Matthew Giuffrida, il nostro direttore creativo, è diventato socio. È lui che scrive i copioni, inventa i concept per TikTok, Instagram, YouTube, la tv. Gli italiani dicono sempre che una società in quattro è una ricetta per il disastro. Nel nostro caso è stata la nostra forza”.
Cosa volete dire alla Comunità italiana di Montréal? “Grazie per il supporto, grazie per la fiducia. Abbiamo incontrato Lino Saputo jr. e sr., ci hanno dato consigli preziosi. La Comunità italiana risponde sempre presente quando chiedi aiuto. E per tutti i nonni che hanno fatto il sacrificio di lasciare l’Italia per venire qui: quello che abbiamo costruito lo dobbiamo anche a loro. Ci hanno insegnato la resilienza, la passione, a non mollare mai. A maggio 2026 apriamo il primo negozio fisico al Carrefour Laval: scelto con i dati, non con l’istinto. È lì che si concentra la nostra clientela: uomini over 40 che vogliono qualità e comfort, senza loghi griffati. Molti ancora non amano comprare online: vogliono toccare il tessuto, provare la taglia, avere un posto dove tornare se qualcosa non va. Se il negozio va bene, apriremo anche a Montréal e a Toronto. Venite a trovarci. E se avete un feedback, buono o cattivo, ditecelo: vogliamo sapere cosa pensate dei nostri prodotti”.
Uscendo dal magazzino, abbiamo pensato che forse la storia di Manmade non è poi così sorprendente. È la storia di tanti italiani che sono emigrati e ce l’hanno fatta. Quella di chi parte da zero, non si arrende, e porta con sé i valori di chi l’ha preceduto.
Solo che questa volta, invece di mattoni e calce, il futuro si costruisce con boxer in modal e note scritte a mano.






One thought on “Dallo chalet al Super Bowl: Manmade”
Congratulazioni per l’ottimo andamento della vostra attività e per il continuo successo!