di Alessandra Cori
DAZI USA AL 15%
Con una dichiarazione congiunta USA-UE è stato formalizzato l’accordo politico del 27 luglio scorso in Scozia. I termini dell’intesa sono quelli preannunciati: un dazio generale del 15% sulle merci esportate negli USA, a fronte di una serie di condizioni, a partire da una maggior apertura del mercato europeo ai prodotti agroalimentari americani.
Tutti soddisfatti, quindi? Certamente no. Ma un moderato sospiro di sollievo forse si può tirare, ripensando agli scenari che le parole pronunciate, solo qualche settimana fa, dal Presidente americano avevano prefigurato: “A partire dal 1° agosto 2025, applicheremo all’Unione Europea una tariffa del 30% sui prodotti UE spediti negli Stati Uniti. In caso di reazione, l’aumento verrà raddoppiato”. Firmato: Donald J. Trump. Con questa lettera dai toni perentori e senza precedenti, indirizzata alla Presidente della Commissione Ursula von der Leyen, Trump ufficializzava l’intenzione di imporre dazi generalizzati del 30% su tutte le merci provenienti dall’Unione europea. Una misura destinata a colpire in modo trasversale diversi settori industriali, ma che da subito era apparsa particolarmente penalizzante per l’agroalimentare italiano, da sempre protagonista dell’export verso gli Stati Uniti.
Questa mossa aveva segnato una forte escalation del confronto commerciale transatlantico, con le organizzazioni agricole che avevano immediatamente reagito parlando di un danno complessivo stimato di oltre 2,3 miliardi di euro, con conseguenze dirette su imprese, occupazione e consumatori. Si diceva di un moderato sospiro di sollievo, in considerazione del fatto che ora come allora, a preoccupare è il possibile effetto domino, con gli importatori americani che hanno chiesto sin da subito sconti alle aziende italiane, ai quali vanno aggiunti una contrazione dei consumi e un aumento del prodotto invenduto, aggravando le tensioni sui margini di redditività delle imprese. A ciò va aggiunta la debolezza del dollaro che aggrava l’impatto sui prezzi d’importazione. Questo “dazio occulto” si traduce in una riduzione del potere competitivo delle imprese italiane sul mercato Usa. A pesare è anche il fatto che le nuove tariffe aggiuntive vanno a sommarsi a quelle già esistenti, penalizzando in particolar modo alcune filiere cardine a partire da quelle già sottoposte a dazio.

Guardando ai prodotti Made in Italy che trovano negli Stati Uniti, il principale sbocco, in termini di incidenza percentuale sulle vendite oltre frontiera, preoccupa la situazione del Pecorino Romano, il cui export negli Usa vale il 57% di quello complessivo, pari a quasi 151 milioni di euro.
Discorso a parte sul vino italiano, per il quale gli Usa sono la prima piazza mondiale con circa 1,9 miliardi di euro fatturati nel 2024, ma con esposizioni più forti di altre a seconda delle bottiglie. A dipendere maggiormente dagli Stati Uniti per il proprio export sono, infatti, i vini bianchi Dop del Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, con una quota del 48% e un valore esportato di 138 milioni di euro nel 2024; seguono i vini rossi toscani DOP con 40 e 290 milioni, i vini rossi piemontesi DOP con 31%, e 121 milioni e il Prosecco DOP con 27%, e 491 milioni. Grandi numeri che i dazi potranno scombinare, lasciando strada libera ai competitor: dal Malbec argentino allo Shiraz australiano, fino al Merlot cileno.
Anche per l’olio d’oliva italiano gli Stati Uniti hanno un peso significativo, pari al 32% del proprio export e 937 milioni di euro nel 2024, ma meno sostituibile nella spesa degli americani, e così a scendere per i liquori.
Meno esposti al mercato Usa risultano, invece, Parmigiano Reggiano e Grana Padano, per una quota che pesa per il 17% del valore dell’export congiunto di questi due formaggi pari a 253 milioni, così come pasta e prodotti da forno con il 13% pari ad un valore di 1,1 miliardi di valore esportato.
Insomma, una situazione molto delicata visti gli interessi in gioco: l’export agroalimentare negli Usa è cresciuto del 158% in dieci anni e oggi gli Stati Uniti rappresentano il secondo mercato di riferimento mondiale per cibo e vino Made in Italy, con 7,8 miliardi di euro messi a segno nel 2024.
L’Italia è la Nazione che dal balletto dei dazi ha più da perdere. Gli Usa, infatti, valgono quasi il 12% di tutto il nostro export agroalimentare globale, mettendoci in testa alla classifica dei paesi Ue, molto prima di Germania (2,5%), Spagna (4,7%) e Francia (6,7%).





