Caro Trudeau, la nostra Comunità merita di più

Il Punto di Vittorio Giordano

Nessun “italiano” tra i nuovi Ministri

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In tournée attraverso il Canada, Premier sotto attacco per le vacanze natalizie ai
Caraibi con la famiglia e amici liberali, a spese di Aga Khan, capo spirituale miliardario

Primo rimpasto dell’era Trudeau: sei nuovi Ministri, nessun italo-canadese. Il ‘tagliando’ all’azione dell’esecutivo canadese è arrivato il 10 gennaio scorso, 15 mesi dopo la spettacolare vittoria elettorale che ha portato i Liberali da 36 a 184 seggi. Dopo 21 anni di “servizio”, Stéphane Dion lascia la vita politica (fatali le esternazioni anti-Trump durante la campagna elettorale americana) e cede la poltrona di Ministro degli Esteri alla giovane e rampante Chrystia Freeland, 48 anni, ex giornalista economica, che, nelle veci di responsabile del Commercio internazionale, si è distinta nei negoziati per l’accordo di libero scambio con l’Unione Europea, oltre a vantare un’ottima conoscenza della realtà geopolitica della Russia di Putin. Poliglotta (parla 5 lingue, tra cui russo e italiano), spetterà a lei ‘sfidare’ l’asse nascente tra New York e Mosca. A rimpiazzarla, al Commercio, sarà François-Philippe Champagne, avvocato 46enne con una trafila in diverse imprese internazionali, come il gruppo svizzero-svedese ABB, specializzato in tecnologie energetiche. Silurato anche l’economista 68enne John McCallum, che ha brillato per immobilismo (al netto dei quasi 40 mila rifugiati siriani accolti a braccia aperte) e potrà svernare in Cina nel ruolo di Ambasciatore: a guidare il Ministero dell’Immigrazione, dei Rifugiati e della Cittadinanza sarà il 41enne Ahmed Hussen, nato in Somalia e giunto in Canada a 16 anni come rifugiato. Sarà il primo cittadino somalo ad occupare un seggio a Parliament Hill. L’augurio è che non si occupi solo di rifugiati: la legge sulla cittadinanza, annunciata ‘urbi et orbi’, sta facendo la muffa al Senato. La 29enne Karina Goul eredita il Ministero delle Istituzioni democratiche da Maryam Monsef, 31 anni, che diventa Ministro della Condizione Femminile, al posto di Patricia A. Hajdu, che a sua volta assume la guida del Ministro dell’Occupazione, dello Sviluppo della Manodopera e del Lavoro. Escono di scena, dunque, due pesi massimi come Dion e McCallum. I Ministri restano 30, 15 del ‘gentil sesso’. Ma scende l’età media. “Perché siamo nel 2017”, direbbe Trudeau. Da bravo equilibrista, il leader liberale è riuscito nell’intento di svecchiare il governo, mantenendone inalterata l’intelaiatura di base fondata su principi-cardine come diversità, minoranze visibili, rappresentatività territoriale e parità di genere. Tutti criteri rispettabili e, in parte, condivisibili. Non meno, però, di criteri altrettanto importanti come la competenza, il talento, l’esperienza o l’appartenenza a Comunità, come quella “italiana”, che hanno fatto la storia del Canada. Possibile che tra i tredici (13) deputati di origine italiana – Anthony Rota, Marco Mendicino, Francesco Sorbara, Judy Sgro, Filomena Tassi, Mike Bossio, Nicola Di Iorio, Angelo Iacono, Joe Peschisolido, David Lametti, Francis Scarpaleggia, Bob Bratina e Sherry Romanado – nemmeno uno meritasse la promozione a Ministro? Non siamo i soli: lo stesso ‘oblio’ è toccato a canadesi di origine cinese, greca e sudamericana. Mal comune, mezzo gaudio? Non proprio! Gli italiani meritano di più: ci saremmo aspettati un atto di riconoscenza verso una Comunità che, più di altre, ha contribuito, con la sua intraprendenza ed i suoi valori, allo sviluppo sociale, culturale ed economico del Paese. Magari, ce lo auguriamo, se ne riparlerà al prossimo rimpasto. Anche perché il voto italiano (liberale a prescindere) è prezioso e non va mai dato per scontato o preso sottogamba. Così come sarebbe grave se gli italiani, ormai alla 4ª generazione, venissero percepiti come canadesi ‘tout court’ e quindi assimilati. O peggio, se, per colpa di una sparuta minoranza, ‘pagassero’ il pregiudizio legato ai recenti scandali della Commission Charbonneau. E ci fermiamo qui: lungi da noi rincarare la dose. Anche perché, per Justin Trudeau, piove sul bagnato: dopo le critiche degli ambientalisti (su tutti l’attrice e attivista Jane Fonda) per il ‘nulla osta’ all’oleodotto in Alberta, il premier è finito sotto inchiesta della Commissaria per le questioni etiche, Mary Dawson, sulle sue vacanze di Capodanno alle Bahamas, in cui ha raggiunto le isole caraibiche a bordo di un elicottero privato dell’Aga Khan, capo dei musulmani ismailiti, amico miliardario di famiglia, nonché capo di una Fondazione che dai governi canadesi negli ultimi anni (sia liberali che conservatori) ha ricevuto fondi per centinaia di milioni. Secondo le opposizioni, violando il regolamento etico e macchiandosi di conflitto di interesse. “Non ci vedo nulla di male, ma sarò felice di rispondere a qualsiasi domanda delle autorità”, la risposta del Premier, che intanto sta attraversando in lungo e in largo il Canada in una serie di incontri con i cittadini. La campagna elettorale, però, è finita: è tempo di legiferare e mantenere le promesse. Anche perché il 2016 è stato tra i meno produttivi della storia parlamentare: solo 15 leggi approvate. È necessario un cambio di passo. Che il rimpasto sia come la campanella a scuola: la ricreazione è finita!

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