Ha vinto Trump?
È la democrazia, bellezza!

Il Punto di Vittorio Giordano

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Partiamo da un fatto inconfutabile e incontrovertibile: dopo aver conquistato 306 Grandi Elettori ed essersi aggiudicato 29 Stati, Donald Trump è il 45º presidente degli Stati Uniti d’America. Ad eleggerlo sono stati i cittadini americani che hanno liberamente esercitato il diritto di voto attraverso un sistema elettorale accettato, rispettato e condiviso da tutti. Dura lex, sed lex. Sarà pure antiquato, fuori moda, complicato e ‘distorsivo’, ma è quello vigente e sintetizza le regole del gioco che, in quanto tali, non si possono modificare durante, o peggio, dopo la ‘partita’, per cambiare, o reinterpretare, il risultato sul ‘campo’. Sarebbe troppo comodo e costituirebbe l’anticamera di una deriva autoritaria. Una contraddizione in termini per gli Usa, l’emblema della democrazia occidentale. Quello americano è un sistema elettorale indiretto regolato dall’Art. 2 della Costituzione: ad eleggere l’inquilino della Casa Bianca sono 538 “Grandi Elettori”, ovvero la somma dei senatori e dei deputati (i senatori sono 100, due per ogni Stato, e i deputati sono 435, 1 ogni 475.000 abitanti) scelti dai cittadini alle urne. Va da sé che, gli Stati più popolosi esprimono più “Grandi Elettori” degli altri. Il sistema è quello del “winner-takes-all” (maggioritario secco): basta un voto in più per aggiudicarsi tutti i delegati dello Stato. Funziona così da sempre: dalla ‘Dichiarazione di Indipendenza’ del 1776 alla campagna elettorale del 2016. E qualche volta capita pure che chi si aggiudica le elezioni prende meno preferenze nel voto popolare. Come successo l’8 novembre scorso: 61.039.676 voti per Clinton e 60.371.193 per Trump. Niente di scandaloso o imprevisto: è già successo nel 1824, 1876, 1888, 1960 e, più recentemente, nel 2000, quando Al Gore perse contro George W. Bush nonostante avesse raccolto mezzo milione di voti in più. Sono le regole del gioco, che vanno accettate nella ‘buona e nella cattiva sorte’. Di cosa ci meravigliamo? La verità è che a perdere queste elezioni è stata Hillary Clinton: percepita come espressione dell’establishment e ‘longa manus’ di Wall Street, non ha conquistato la sua stessa gente e non ha sfondato tra le minoranze, soprattutto neri e ispanici. Rispetto a Obama nel 2012, infatti, ha perso oltre 6 milioni di voti, quasi 10, se si considera il trionfo del 2008; mentre Trump ce l’ha fatta con meno voti popolari rispetto a quelli ottenuti quattro anni fa da Romney. Trump può avere tutti i difetti di questo mondo: lo hanno apostrofato come misogino, omofobo, estremista, approssimativo, contaballe, bullo. Ma ha un grande pregio: ha vinto le elezioni. La gente lo ha votato per – o nonostante – il suo audace programma che prevede, tra le altre cose, il muro col Messico e le deportazione degli immigrati irregolari. Idee condivisibili o meno, ma oggi Trump va rispettato semplicemente perché rappresenta l’Istituzione della Presidenza americana. Eppure, soprattutto tra i radical-chic di sinistra e gli attivisti dei centri sociali, è difficile ingoiare la pillola. Fino al punto di screditare – udite udite – il principio del suffragio universale, una conquista di civiltà dopo lotte sanguinose. Analisti e politologi da strapazzo hanno imputato la vittoria di Trump all’ignoranza dei suoi elettori. Si, perché Hillary si è imposta con un largo margine in grandi città della costa come Seattle, San Francisco, Los Angeles, Miami, New York e Chicago, dove vivono i “cittadini di serie A”, gli “eletti”, quelli cioè acculturati, che fanno collezioni di libri e appendono tante lauree al muro; mentre, a scegliere Trump, sono stati i “cittadini di Serie B”, gli “sfigati”, ovvero i proletari bianchi dell’entroterra americano. Un’intellighenzia delirante e infallibile che, dall’alto della sua torre d’avorio, sarebbe addirittura propensa a riservare il diritto di voto solo ai cittadini “illuminati”, istruiti, colti e…. naturalmente democratici di sinistra! Come se il diritto di voto non fosse un diritto naturale inalienabile, che prescinde dal conto in banca, dai titoli di studio o dalla tessera di partito. Come se gli elettori non avessero pari dignità nell’urna, come se i voti non avessero lo stesso peso e valore. A dar man forte agli intellettuali pantofolai sputa-sentenze, sono scesi in piazza anche i giovani, soprattutto universitari e immigrati, che magari non hanno nemmeno votato. Fermo restando che è un loro diritto manifestare, mi sorge un dubbio: non è che vogliono sovvertire il corso democratico di uno Stato di diritto? Preparano, per caso, un colpo di stato? Dove vogliono arrivare con lo slogan “Not my President”? In democrazia vince la maggioranza (spesso silenziosa) e il “resto del mondo” si adegua. Democrazia significa anche saper perdere! Nella democrazia americana si vota per il Presidente ogni 4 anni. Arrivederci al 2020!

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