È ancora luna di miele, ma ora viene il difficile

Il Punto di Vittorio Giordano

Un anno di governo Trudeau

Tutto secondo copione: ad un anno dalla sua elezione a Ottawa (era il 19 ottobre 2015), il governo presieduto da Justin Trudeau viaggia col vento in poppa. Addirittura il 65% dei canadesi lo sostiene a spada tratta. Continua la luna di miele con i cittadini-elettori. Impossibile negarlo: Justin ha restituito il sorriso e la speranza ad un Paese incupito da 9 anni di politica conservatrice, troppo sbilanciata sul controllo spasmodico dei conti. Eppure, la maggior parte dei provvedimenti, quelli più importanti, strategici e spinosi, sono stati annunciati ma non ancora approvati. Oppure rimandati. La gente gli crede sulla parola. Questo perché Justin gode di un credito enorme, che affonda le sue radici nella ‘belle epoque’ del padre Pierre Elliott, nel suo sguardo magnetico, nel suo sorriso  rassicurante, nella sua visione di un Canada verde, moderno, aperto e accogliente. In altri termini, in questi primi 12 mesi, la forma ha prevalso sulla sostanza. L’immagine di un Canada diverso, moderno, ‘cool&friendly’ e di nuovo protagonista sulla scena internazionale, per adesso basta e avanza. L’immagine, appunto. Quella di un leader vicino alla gente, che ama i bagni di folla (inclusi i selfies). Un “populista gentile” lo ha definito l’ex Premier italiano, Enrico Letta, contrapponendolo a Donald Trump. Intendiamoci: il governo canadese ha già tradotto molte promesse elettorali in provvedimenti legislativi (87 su 353 secondo ‘Polimètre Trudeau’; 95 su 219 secondo ‘Trudeaumetre’, due siti che misurano il “grado di fattualità” dell’esecutivo): ha accolto 31 mila rifugiati siriani, ratificato l’accordo di Parigi sul clima, messo a disposizione 600 soldati per le operazioni umanitarie sotto l’egida dell’ONU. E poi, sul fronte interno: sgravi fiscali per la classe media, detrazioni per i figli a carico, massicci investimenti per le infastrutture (a scapito di un deficit che già supera i 30 miliardi), stop al pedaggio sul ponte Champlain, dialogo con le popolazioni autoctone con tanto di inchiesta sulla violenza contro le donne, difesa dei diritti individuali (soprattutto per gay e trasngender), la legalizzazione del suicidio assistito (su ‘input’ della Corte Suprema). Secondo i più maligni, però, sarebbero tutte scelte che, seppur nette e degne di nota, riguardano temi non decisivi.

Il difficile viene adesso: nei prossimi mesi Trudeau sarà chiamato ad esporsi su questioni ben più spinose e dibattute. Con risvolti anche economici (e si sa quanto conti l’economia in Nord America!). Come i trasferimenti alle Province in materia sanitaria: l’incremento sarà del 3, e non del 6%, con una perdita di 1 miliardo all’anno per i governi locali, già sul piede di guerra. E ancora: la costruzione, o meno, del controverso oleodotto Keystone XL in Alberta, su cui Trudeau continua a mostrarsi possibilista, nonostante le perplessità degli ambientalisti; la consegna della Posta a domicilio, che ha visto l’esecutivo esporsi sul suo mantenimento, salvo poi prendersi una ‘pausa di riflessione’; la nuova legge sulla cittadinanza, ferma in Parlamento dopo l’annuncio ‘urbi et orbi’ dello scorso febbraio; la legalizzazione della marijuana, che in campagna elettorale Trudeau aveva annunciato come provvedimento simbolico urgente; l’aiuto finanziario a Bombardier, che qualche giorno fa ha annunciato tagli ‘sanguinosi’ al personale; e la riforma del sistema elettorale, che ancora non ha l’unanimità nemmeno tra gli stessi liberali.

Insomma, qualche gatta da pelare c’è e, al netto di un primo anno promettente e di una popolazione particolarmante clemente, sarà nei prossimi 12/24 mesi che Justin Trudeau sarà chiamato a mostrare la stoffa da leader, prendendo decisioni non facili, ma decisive per il futuro del Paese. Perché sognare è lecito, ma con i piedi sempre ben piantati per terra. In politica, così come nella vita.

Scrivi un commento

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*