Trivellazioni, un Referendum nato morto

Il Punto di Vittorio Giordano

“Solo” il 31,18% degli elettori ha votato

Trivelle

«Volete voi che sia abrogato l’art. 6, comma 17, terzo periodo, del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, “Norme in materia ambientale”, come sostituito dal comma 239 dell’art. 1 della legge 28 dicembre 2015, n. 208 “Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato (Legge di Stabilità 2016)”, limitatamente alle seguenti parole: “per la durata di vita utile del giacimento, nel rispetto degli standard di sicurezza e di salvaguardia ambientale”?» Ma scusate: come si può pretendere di mettere TUTTI gli italiani – di ogni latitudine, censo e cultura – nelle condizioni di CAPIRE il quesito ed esprimere un voto consapevole e convinto? Se un referendum è POPOLARE, perché non usare un linguaggio accessibile, invece di fare inutile sfoggio di tecnicismo? In quanti, mi chiedo, hanno davvero capito il quesito? All’estero, tra i connazionali più attempati, che poi sono quelli più impegnati, un’esigua minoranza. Il referendum abrogativo è fallito anche per questo. È la settima volta su otto, negli ultimi vent’anni. Con l’unica eccezione della consultazione sull’acqua nel 2011: un tema immediato, che riguardava tutti. Come il divorzio e l’aborto. “Solo” il 31,18% degli elettori (oltre 13 milioni) si è recato alle urne. Addirittura il 19,73%, all’estero. Senza quorum (il 50% più uno dei votanti), il risultato finale non ha alcun effetto: per la cronaca, ha vinto il “Sì” con l’85,84%, contro il 14,16% del “No”. La Basilicata ha registrato la più alta affluenza, con il 50,5%. Ergo: nessuna piattaforma a 12 miglia dalla costa sarà smantellata, ma potrà proseguire con le trivellazioni fino alla scadenza dei giacimenti (e non delle concessioni). Esattamente come già deciso dal governo con la ‘Legge di Stabilità’. Resta la sgradevole sensazione che si sia trattato di un regolamento di conti interno al Pd, sulla pelle degli italiani: la minoranza interna capeggiata da Emiliano, governatore della Puglia, contro il ‘despota fiorentino’. Ora la partita si sposta sul referendum costituzionale di ottobre (con il nuovo ‘Senato dei 100’), che non necessita di quorum, ma che costringerà il Premier a serrare i ranghi, se non vuole replicare il tonfo di Berlusconi nel 2006. Punto due: non sarebbe stato più intelligente accorpare la data del referendum con quella delle amministrative in programma il 5 giugno? Lo Stato, ergo i contribuenti, avrebbero risparmiato quasi 400 milioni di euro. Che non sono noccioline o bazzecole. Soprattutto di questi tempi. Punto tre: il referendum è nato morto, visto che, nonostante i ‘richiami all’ordine’ dell’AGCOM (l’Autorità Garante delle Comunicazioni), è salito agli onori della cronaca solo all’indomani delle dimissioni del Ministro Guidi (“influenzata” dal compagno ‘portavoce’ degli interessi della lobby petrolifera), salvo poi assumere connotati politicizzati negli ultimi giorni: un “sondaggio” pro (No e Astensione) o contro (Si) Renzi (che ha invitato apertamente gli italiani a disertare le urne, così come Napolitano, ex capo dello Stato!). Il quesito referendario è stato ‘annacquato’, deturpato e strumentalizzato: temi strategici come il futuro dell’ambiente, la politica di approvvigionamento di petrolio, l’efficienza delle fonti rinnovabili sono diventati ‘accessori’. Alla fine, la questione si è ridotta ad una scelta radicale tra la difesa dell’ambiente ed il lavoro (13mila posti a rischio, una novantina gli impianti coinvolti). E di fronte al rischio disoccupazione, gli italiani (quelli che hanno interpretato il quesito in questi termini) non hanno sentito ragioni. Non tutti, però. Al netto del voto (o non voto) “a prescindere” pro-Renzi e dei “Si”, convinti che lo sfruttamento di gas e petrolio sia pericoloso e anti-storico, alcuni hanno disertato le urne semplicemente perché nauseati dalla politica, ed altri per menefreghismo, ignavia, o per amore del mare. Chi (in pochi, temo) ha deciso consciamente di disertare le urne, ha fatto una scelta precisa e condivisibile. Anche il nuovo Canada di Trudeau guarda alle fonti di energia rinnovabili per il futuro, ma non per questo ‘sacrifica’ il presente rinunciando alla sua proverbiale industria mineraria. Con tutte le proporzioni del caso, assodato che i fiori all’occhiello del Belpaese sono (e restano) l’agricoltura e la gastronomia, il turismo e la tecnologia, l’arte e l’artigianato, e appurato che la produzione nazionale di gas e petrolio in Italia vale solo 3 miliardi di euro, perché rinunciare a priori allo sfruttamento dei giacimenti naturali (in sicurezza), salvo poi importare elettricità dalla vicina (iper-nuclearizzata) Francia e l’olio nero dai vituperati Paesi arabi? Perché regalare i giacimenti dell’Adriatico a Croazia e Albania, che già li sfruttano? In attesa del mondo “verde e perfetto” di domani (fondato su innovazione ed efficienza energetica), l’economia di oggi (globale e competitiva) impone ad uno Stato scelte di “realpolitik”. Il futuro, per fortuna o purtroppo, è già oggi. E questo a prescindere dai calcoli politici di parte.

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